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ella “bassa Valnerina” - tra Arrone e Casteldilago - , è il convento di San Francesco, esistente già nella seconda metà del Duecento. La prima notizia certa che lo riguarda, oltre alla predetta bolla di Nicolò IV, è la sua menzione nell’elenco di conventi francescani redatto da Paolino da Venezia, intorno ai primi decenni del sec. XIV. Tuttavia, l’ubicazione del convento, in posizione isolata, sia da altri fabbricati che dai centri urbani di Arrone e Casteldilago, può indurre ad ipotizzare che esso sia di origine anteriore al generalato di San Bonaventura da Bagnoregio (1257-1274).
Le origini del complesso conventuale di San Francesco si ricollocherebbero, quindi, ai primi stadi degli insediamenti francescani, posti presso le città, sicuramente a partire dal terzo decennio del sec. XIII. Di conseguenza il corpo di fabbrica principale, che presenta le caratteristiche costruttive del sec. XIV, è da ritenere già una ricostruzione di un precedente piccolo edificio, di cui si è perduta ogni traccia.
La chiesa è menzionata, successivamente, nel 1542, quando compare a segnare i confini del territorio comunale di Arrone.
Una pergamena del comune di Sant’Anatolia, datata 23 febbraio 1594, accenna ad un ciborio ligneo a tempietto del sec. XVI (tra i ruderi del vecchio convento) - forse opera degli Angelucci di Mevale - con sulle porticine le immagini, quasi miniate, della Pietà e di due Angeli turiferarii (con in mano il turibolo, ossia il “porta-incenso”).
I notai Antonio Bartoletti e Angelo De Angelis, in data 30 marzo 1594, sentenziarono, in nome della Camera Apostolica, un’ammenda di 100 scudi a 34 giovinastri di Casteldilago, che tumultuosamente avevano violato il sacro domicilio del convento («turbatim rumorem impetum insultum fecerunt offensionemque verbis»). Le offese erano rivolte al padre guardiano: frate Girolamo.
Nel 1652 (15 ottobre), Innocenzo X emanò la bolla “Instauranda”, che sopprimeva i conventi con meno di dieci religiosi: ebbe così fine la vicenda francescana del convento di Casteldilago – Arrone ( Nel 1696 l’ex convento compare nell’elenco dei beni del catasto di Casteldilago. Nella seconda metà dell’800 l’edificio fu finalizzato alle necessità dell’adiacente cimitero.
Utile sottolineare, che nel sec. XVII compaiono anche i limitrofi conventi di Collestatte e di Ferentillo. Il primo, dei Conventuali, risulta inserito nella lista dei “conventini” soppressi il 15 ottobre 1652 da papa Innocenzo X; successivamente fu sede di religiosi del Terzo Ordine. Il secondo, dedicato a San Magno, venne dimesso nel 1626; successivamente vi si insediarono i Cappuccini.
La chiesa di San Francesco in Casteldilago è preceduta da un portico a tre fornici, i cui archi poggiano su pilastri; superiormente si estende un loggiato, che presenta la stessa scansione dell’anzidetto portico. Le caratteristiche di questo avancorpo lo fanno ritenere un’aggiunta posteriore al nucleo originale della chiesa.
Il fabbricato conventuale, che si estende sul fondo meridionale della chiesa, comunica con essa attraverso la sacrestia la quale, posta sul retro del presbiterio e di dimensioni pressoché uguali a questo, risulta anch’essa aggiunta posteriormente.
Il convento ha subìto complesse vicende costruttive dal sec. XVII all’inizio del sec. XX: nella chiave di volta del portaletto, sul fianco meridionale del convento, è leggibile infatti la data 1911; questa parte di fabbricato si sviluppa su tre piani. Al piano seminterrato si trovano due locali adibiti, nei “felici remoti”, a magazzini o a rimesse, mentre al piano terra si situano, oltre ad un grande locale con camino, già cucina dei frati, dei locali adibiti ad “offizine”, a “refettorio” e “sala capitolare”. Una scala adduce al piano superiore, dove sono situate una serie di stanze, rappresentanti il dormitorio del convento.
La tecnica muraria è in blocchetti di pietra calcarea, malamente squadrati, ad eccezione dei pilastrini del portico della chiesa, ed allettati con malta di scarsa coesione. Un ugual parametro murario si può intravedere all’interno, al di sotto dell’intonaco.
Quasi inesistenti le decorazioni esterne, salvo le modeste cornici d’imposta degli archi del corpo anteriore della chiesa e del portale d’ingresso archiacuto, con archivolto piuttosto semplice. La copertura del presbiterio consiste in una volta a crociera costolonata, mentre la navata è coperta con tetto a due falde, sonetto da capriate lignee a vista, sicuramente non originali, perché un’iscrizione, dipinta sulle pianelle del tetto, si riferisce ad un restauro eseguito nel 1713.
La chiesa, a navata unica, caratterizzata da un presbiterio quadrato e retrostante sagrestia della stessa forma, è del tipo a fienile, semplice, ad aula rettangolare con cappella assiale quadrata e copertura a capriate. L’organismo originario molto semplice, con pavimento in cotto e capriate in vista, fu arricchito alla fine del sec. XVI da due altari, decorazioni a stucco e pitture manieristiche, soprattutto sulla parete di fondo e nel presbiterio. Un’iscrizione collocata sull’imposta sinistra dell'arco trionfale, indica che queste opere furono eseguite nel 1584.
Recentemente restaurati sono: resti di affreschi riferibili alle “ Storie di San Francesco” e una pittura raffigurante “ San Valentino con in mano Casteldilago”; quest’ultimo sottolinea come il primitivo nucleo abitato si fosse sviluppato intorno alla Pieve di San Valentino, sorta sul luogo ove si era ritirato in preghiera un gruppo di eremiti profughi della Siria, i quali avevano poi dato vita, come nel caso della vicina San Pietro in Valle, ad un modesto centro associato.
Paolo Rossi
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